La pioggia è così forte che mi chiedo se le motociclette parcheggiate sotto casa reggeranno all'urto o saranno scalzate dai loro cavalletti e spazzate via, come in Indonesia.
Le foglie non fanno in tempo a raccomandarsi l'anima a dio, che periscono sotto alla gragnola di colpi.
Il legno geme, tutte le volte che gli alberi si piegano per non spezzarsi.
Io sono al sicuro, sotto al piumone blu. Quello "vergine". Quello che non ho ancora condiviso con nessuno.
Guardo ad occhi socchiusi i flash, fuori nel buio. Ed aspetto il tuono, come si aspetta il ritornello di una ninnananna.
E' una voce che conosco e che mi culla.
Nella tempesta, il fuori cede all'acqua e al vento.
Io è al sonno che cedo.
E sogno.
Finché non mi sveglio di soprassalto, ma senza cuore che batte oltre il range consentito, né paura.
Qualcuno ha bussato alla porta ed io non sono ad un passo dall'infarto.
Fuori il silenzio è liquido, come a notte fonda. Forse me lo aspettavo. Anche se non ha davvero senso che qualcuno bussi senza invito. Non so come reagire, ma il minimo che posso fare è andare ad aprire.
Ed è lei.
Indossa un impermeabile bianco che non le ho mai visto. E' fradicia dalle spalle in giù, ma i capelli sono asciutti, anche se non ha un ombrello con sé.
Questo è segno che il senso di quello che sta succedendo non c'è e che non è necessario cercare una spiegazione del perché e del per come.
Dice che prima di tornare a casa ha deciso di prendere il raccordo e venire a trovarmi.
Che aveva bisogno di cantare a squarciagola e schiarirsi le idee. E non c'è niente di meglio di un'oretta, al caldo, nel limbo garantito dalla carrozzeria.
"E' tardi", le dico.
"Domani devo alzarmi presto" e mi rendo conto di essere prevedibile e mediocre e invecchiata e frustrante. Anche se ho un tono di voce che invita alla calma ed all'accoglienza.
Praticamente, il mio lamentarmi stupito suona come un invito ad entrare e ad accomodarsi. Ma lei non mi guarda neanche in faccia.
"Avevo bisogno di vederti", e fissa il pavimento, o qualche nodo del tappeto.
Ha l'espressione di chi ha perso una scommessa e teme la beffa, oltre al danno.
Io, dal canto mio, nego l'impasse buttandola sul pratico.
"Levati l'impermeabile, è fradicio" e l'aiuto a toglierselo. Si stringe nelle spalle, non vuole essere toccata. E' come strappargli la pelle di dosso.
"Lo appenderò in bagno ad asciugare", dico. E lei finalmente alza gli occhi verso di me e mi guarda. Ha gli stessi occhi seri che le ho visto solo in altre due occasioni, da quando la conosco.
E' un contatto attraverso cui assicurare se stessa del fatto che non le farò del male e non la giudicherò.
Per quale motivo è venuta a trovarmi - "con la pioggia e con il vento", aggiungerei - non lo saprò mai.
Questo è uno di quei sogni che avrebbe potuto avere sbocchi di ogni genere. Scadere nel dramma e nella tachicardia, nel sessuale e nell'umido e nell'incubo più feroce.
Invece, mi focalizzo sul suo impermeabile, sul fatto che la pioggia che ha portato con sé possa gocciolare a terra e che sarebbe necessario trovare una gruccia per appenderlo nella vasca dove non può fare danno. La gruccia rossa o quella nera?
E' questo che cattura la mia attenzione.
La quotidianità mi risucchia fuori da qualsiasi gioco, azzerando le carte che ho in mano.
Forse focalizzo altrove perché ho sempre rispettato certi recinti. L'ho fatto tutte le volte che le porte non erano aperte.
So che il pensiero di me, una volta invitato ad entrare, è difficile da mandare via.
Al mattino, valuto il sogno fatto di notte ed il devastante pragmatismo al quale sono assoggettata.
Sono catene queste. E' il mondo da sorreggere. Piegata come Atlante, a contare le gocce di pioggia sul pavimento.
L'ho sognata perché abbiamo parlato, poco prima che andassi a dormire.
Che tipo di donna cerco? E sono capace di rimorchiare in discoteca? E perché non scopo quella che me l'ha offerta su un piatto d'argento la settimana scorsa?
Perché, perché.
Perché ci sono gocce sul pavimento.
Cosa voglio da una donna?
Un contratto prematrimoniale.
Che qualcuno mi salvi dal cilicio dell'ovvio e dalla fustigazione della rinuncia.
Che qualcuno mi salvi, dalle ginocchia piagate dai grani dell'abbandono.
Memento, memento.
Ma è di amare che mi sono dimenticata.
Di amare, prima di tutto me stessa.
Se solo avessi il coraggio di pretendere, mi metterei alla prova. Visto che sono incapace di amare, potrei costringermi a osare.
Chissà che effetto farebbe sentirmi dire "posso leccare il tuo tatuaggio?".
Eppure non oso.
Attualmente, di una sola cosa sono sicura. Che è meglio contare le gocce di pioggia che le lacrime.
I jumped in the river and what did I see?
a black-eyed angel swam with me
A moon full of stars and astral cars
and all the figures I used to see
All my lovers were there with me
All the past and futures
and we all went to heaven in a little row boat
There was nothing to fear and nothing to doubt.
[Pyramid song - Radiohead]