SueSide

La vita è un viaggio.

Here's the monster

Utente: SueSide
Ho sette vite. Come i gatti.

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letto di nascosto *loading* volte
mercoledì, 18 novembre 2009

Cave canem

Non so nemmeno io di cosa avrei bisogno.

E' fame, mi dico.
Quindi mangio.

E' sete, mi dico.
Quindi bevo.

Non basta.

E' di alcool che ho bisogno.
Ma il gin non mi placa.

E' di nicotina che ho bisogno.
Ma non devo.
Quindici flessioni e la voglia passerà.
Ma non passa.

E' di dolce che ho bisogno.
Ma nemmeno la nutella può qualcosa.

Quindi mi vesto.
Pantaloni a coste, su quelli del pigiama.
E la giacca sulla maglietta che uso per dormire.
Le scarpe da tennis senza calzini.
E sono per strada.

Ho deciso di fumare.
Ho un urlo dentro che non riesco a zittire.
Quindi sono per strada. Ed è notte e l'umido fodera ogni cosa.
Una donna con uno strano completino che finisce in una minigonna grigia, mi vede spuntare dal nulla e mi sorride. Senza motivo.
Lo sai cosa sto andando a fare? penso.
E lei mi guarda volare via, tira dalla sua sigaretta e sorride.

E' notte e dovrei essere già a letto, ma amo la mia decisione di vestirmi ed uscire.
Per strada non c'è nessuno.
Ci siamo io e il silenzio che faccio quando cammino di fretta.
Quasi non sfioraro l'asfalto.
Mentre garzoni di bottega spazzano il pavimento di locali che stanno per chiudere.

Ed arrivo al distributore automatico.
Un cartello lunghissimo mi avverte che per comprare le sigarette devo inserire la tessera sanitaria.
Storco il muso. Ed infilo gli spicci nell'apposita fessura.
Non ci credo che serva davvero la tessera.
Ed ho ragione.

Il tizio alle mie spalle, invece, non ha la tessera e desiste.
Si rimette il casco in testa e torna alla motocicletta che ha appena parcheggiato. Io sono dietro di lui, col mio pacchetto già in tasca.

L'idea di averle comprate, dopo quasi due mesi di astinenza, mi tranquillizza.
E quando torno a casa ne fumo una e scopro che l'urlo che ho dentro è esattamente al suo posto.

Non è nemmeno di fumare che ho bisogno.

E' di perdermi che ho bisogno.
Di spegnere metà delle mie luci.
Di smettere di preoccuparmi.

A ripensarci, l'unica cosa che mi spegne la testa e mi da tregua è guidare.
Ma non guidare e basta.

I 160 km/h dello scorso sabato. Il freddo e il vento. Il rumore e la tensione dei muscoli. La mia pelle a un metro e venti dall'asfalto.

Posso sfuggire a me stessa solo se riesco a correre più veloce del pensiero stesso di fuggire.

Non m'importa di andare in nessun posto in particolare.
E' la sensazione di volare oltre al rumore sordo della mia vita che mi rincuora e mi stanca.
Vibrare poco oltre il limite.
Essere un passo avanti al prossimo pensiero scomodo.
Perdere l'adesso. Lasciarmelo sfuggire di mano.
Raggiungere il punto in cui ogni molecola del mio corpo si disgreghi per non riaggregarsi mai più.
Mai più ora e adesso.

E se potessi correre senza perdere il respiro e avere i conati di vomito, correrei per sempre. Altrove per sempre.

Invece il fisico mi abbandona, mentre la mente corre sempre più veloce e sempre più avanti.

Amore e sentimento e coccole e vicinanza ed insieme e per sempre e domani e futuro.
Tutto troppo lento, troppo piano, troppo tardi.

Bevo del vino e ne fumo un altro paio.
L'urlo è sempre incastonato nell'occhio calmo di questo ciclone.

Suono un po' di rock, con la voglia di mordere fra i denti.
Attenti al cane.
Perché il suo fare avanti e indietro, attaccato alla catena, è solo un modo per eludere l'ora e adesso.
E' l'otto infinito del tempo che passa.
E' la vita e l'altrove.

Cave canem.
Vibro per due.
Chiunque altro è un di più in asincrono.
E' su questo che dovrei costruire la mia felicità?
Su questo testacoda infinito?
Questo è rotolare giù per la scarpata.
E' viaggiare con lo stridio del differenziale rotto.
E' il freno a mano tirato.
E' un gratta e vinci perdente.
E' quello che è stato.


Mentre ora è adesso.
E mi tormenta.
rigurgitato da: SueSide alle ore 23:02 | link | commenti (10)
categorie: viaggio dentro, amore/odio
giovedì, 12 novembre 2009

La verità nel libro della fatwa

Come viene al mondo questa novità? Com'è nata?
Di quali fusioni, trasformazioni, congiunzioni è fatta?
Come sopravvive, così eccessiva e pericolosa? Quali compromessi, quali accordi, quali tradimenti della propria natura segreta dovrà fare per sfuggire alle squadre di demolitori, all'angelo sterminatore, alla ghigliottina?
La nascita è sempre una caduta?
Gli angeli hanno le ali? Gli uomini possono volare?
rigurgitato da: SueSide alle ore 21:03 | link | commenti (6)
categorie:
lunedì, 09 novembre 2009

So sad?

"Ho letto i tuoi nuovi post. Sono tristi".

Lo dici perché, nel dubbio, è sempre meglio vedere sofferenza e pathos anche dove non ci sono?

Tant'è che descrivo ciò che è.
La mia realtà è fatta di pareti e di alberi e di gente che va e che viene.
Più che altro di donne che vanno e che vengono.
Io che vado e vengo. Su due ruote, su quattro, su sei.

Mi passano accanto quasi aspettandosi che le irretisca al volo, come una pianta carnivora. Lungi da me tanta confidenza.
Per spingermi all'azione una donna deve avere una certa luce negli occhi ed un certo odore.
Quindi, mentre mi passano accanto, guardo.
E non faccio altro.
Non ho bisogno di avere qualcuno accanto che mi riscaldi il letto.
E certe "corde" posso pizzicarmele anche da sola.
Il mio cervello, invece, soffre di solitudine. Avrebbe davvero bisogno di un altro cervello con cui giocare. Uno con due tette ed una bella bocca. Uno con cui confrontarsi e scambiare opinioni.

Le sagome colorate che mi passano vicino non mi spingono all'acquisto. Sono una donna avveduta.
Non compro se non dopo aver letto attentamente l'etichetta e non mi fidelizzo se non dopo aver assaggiato.

Ormai non mi cruccio più.
Delle belle aspettative non resta che una certezza.
Se trovo il vero amore, lo ammazzo e me lo mangio.
 
Ti sembra triste anche questo?
rigurgitato da: SueSide alle ore 20:40 | link | commenti (11)
categorie: constatazioni, amore/odio
venerdì, 06 novembre 2009

Era una notte buia e tempestosa

La pioggia è così forte che mi chiedo se le motociclette parcheggiate sotto casa reggeranno all'urto o saranno scalzate dai loro cavalletti e spazzate via, come in Indonesia.
Le foglie non fanno in tempo a raccomandarsi l'anima a dio, che periscono sotto alla gragnola di colpi.
Il legno geme, tutte le volte che gli alberi si piegano per non spezzarsi.
Io sono al sicuro, sotto al piumone blu. Quello "vergine". Quello che non ho ancora condiviso con nessuno.
Guardo ad occhi socchiusi i flash, fuori nel buio. Ed aspetto il tuono, come si aspetta il ritornello di una ninnananna.
E' una voce che conosco e che mi culla.
Nella tempesta, il fuori cede all'acqua e al vento.
Io è al sonno che cedo.

E sogno.

Finché non mi sveglio di soprassalto, ma senza cuore che batte oltre il range consentito, né paura.
Qualcuno ha bussato alla porta ed io non sono ad un passo dall'infarto.
Fuori il silenzio è liquido, come a notte fonda. F
orse me lo aspettavo. Anche se non ha davvero senso che qualcuno bussi senza invito. Non so come reagire, ma il minimo che posso fare è andare ad aprire.

Ed è lei.
Indossa un impermeabile bianco che non le ho mai visto. E' fradicia dalle spalle in giù, ma i capelli sono asciutti, anche se non ha un ombrello con sé.
Questo è segno che il senso di quello che sta succedendo non c'è e che non è necessario cercare una spiegazione del perché e del per come.

Dice che prima di tornare a casa ha deciso di prendere il raccordo e venire a trovarmi.
Che aveva bisogno di cantare a squarciagola e schiarirsi le idee. E non c'è niente di meglio di un'oretta, al caldo, nel limbo garantito dalla carrozzeria.


"E' tardi", le dico.
"Domani devo alzarmi presto" e mi rendo conto di essere prevedibile e mediocre e invecchiata e frustrante. Anche se ho un tono di voce che invita alla calma ed all'accoglienza.
Praticamente, il mio lamentarmi stupito suona come un invito ad entrare e ad accomodarsi. Ma lei non mi guarda neanche in faccia.

"Avevo bisogno di vederti", e fissa il pavimento, o qualche nodo del tappeto.
Ha l'espressione di chi ha perso una scommessa e teme la beffa, oltre al danno.
Io, dal canto mio, nego l'impasse buttandola sul pratico.
"Levati l'impermeabile, è fradicio" e l'aiuto a toglierselo. Si stringe nelle spalle, non vuole essere toccata. E' come strappargli la pelle di dosso.
"Lo appenderò in bagno ad asciugare", dico. E lei finalmente alza gli occhi verso di me e mi guarda. Ha gli stessi occhi seri che le ho visto solo in altre due occasioni, da quando la conosco.
E' un contatto attraverso cui assicurare se stessa del fatto che non le farò del male e non la giudicherò.

Per quale motivo è venuta a trovarmi - "con la pioggia e con il vento", aggiungerei - non lo saprò mai.

Questo è uno di quei sogni che avrebbe potuto avere sbocchi di ogni genere. Scadere nel dramma e nella tachicardia, nel sessuale e nell'umido e nell'incubo più feroce.

Invece, mi focalizzo sul suo impermeabile, sul fatto che la pioggia che ha portato con sé possa gocciolare a terra e che sarebbe necessario trovare una gruccia per appenderlo nella vasca dove non può fare danno. La gruccia rossa o quella nera?
E' questo che cattura la mia attenzione.

La quotidianità mi risucchia fuori da qualsiasi gioco, azzerando le carte che ho in mano.
Forse focalizzo altrove perché ho sempre rispettato certi recinti. L'ho fatto tutte le volte che le porte non erano aperte.
So che il pensiero di me, una volta invitato ad entrare, è difficile da mandare via.

Al mattino, valuto il sogno fatto di notte ed il devastante pragmatismo al  quale sono assoggettata.
Sono catene queste. E' il mondo da sorreggere. Piegata come Atlante, a contare le gocce di pioggia sul pavimento.

L'ho sognata perché abbiamo parlato, poco prima che andassi a dormire.
Che tipo di donna cerco? E sono capace di rimorchiare in discoteca? E perché non scopo quella che me l'ha offerta su un piatto d'argento la settimana scorsa?

Perché, perché.
Perché ci sono gocce sul pavimento.

Cosa voglio da una donna?
Un contratto prematrimoniale.

Che qualcuno mi salvi dal cilicio dell'ovvio e dalla fustigazione della rinuncia.
Che qualcuno mi salvi, dalle ginocchia piagate dai grani dell'abbandono.

Memento, memento.

Ma è di amare che mi sono dimenticata.
Di amare, prima di tutto me stessa.

Se solo avessi il coraggio di pretendere, mi metterei alla prova. Visto che sono incapace di amare, potrei costringermi a osare.
Chissà che effetto farebbe sentirmi dire "posso leccare il tuo tatuaggio?".
Eppure non oso.
Attualmente, di una sola cosa sono sicura. Che è meglio contare le gocce di pioggia che le lacrime.

I jumped in the river and what did I see?
a black-eyed angel swam with me
A moon full of stars and astral cars
and all the figures I used to see
All my lovers were there with me
All the past and futures

and we all went to heaven in a little row boat
There was nothing to fear and nothing to doubt
.
 [Pyramid song  - Radiohead]
rigurgitato da: SueSide alle ore 20:26 | link | commenti
categorie: sogno, viaggio dentro
giovedì, 05 novembre 2009

Ammissioni

Mi sveglia il rumore delle foglie, in questa serata di tempesta in ritardo.
Foglie secche e tante, con ombre che ondeggiano fuori dalla finestra, frusciando all'infinito. Sembra il rumore del mare.  Quello che potevo sentire attraverso la finestra socchiusa, nelle notti d'estate, di una vita fa.
Il mare che ho vicino adesso, non fa rumore. E' finto e senza fantasia.

Ho dichiarato guerra alle contrarietà.
Ho creduto, per un tempo lunghissimo, che il mio scopo nella vita fosse raggiungere il nirvana dell'accettazione passiva, dell'onestà senza indugio, della correttezza senza premio.
Un paradiso fasullo, come questo mare muto. Un inferno passivo-aggressivo senza scopo. Prosciugante.

Allora tanto vale la pena di provare a cambiare musica. Reagire. Incazzarmi. Aggredire. Mordere. Ma è una scelta che non fa la differenza. Faccio meno rumore delle foglie secche fuori dalla finestra.

Ero un trampolino. Ora lo so.
Probabilmente lo sono ancora.
Avevo una mia utilità. E forse ce l'ho ancora. Ma sono un vuoto a perdere.

Le donne che hanno detto di amarmi, di amarmi veramente, altro non erano che vampiri assetati. Ed hanno bevuto. Fino all'ultima goccia.
Io che accartocciavo i soldi, come fossero carta straccia, comincio ad avere il dubbio che siano, alla fine, la meta e lo scopo di ogni battito di cuore.
Per soldi ho visto la loro dignità defluire nello scarico.
Sono stata una sciocca. E forse lo sono tutt'ora.
Sono ancora convinta che l'amore sia ricerca della bellezza assoluta e della simbiosi completa. Io sogno il cerchio perfetto. E mentre sogno, c'è chi mi ruba i soldi dal portafoglio.

Mi sono sentita povera tutte le volte in cui non provavo un sentimento positivo. Reietta tutte le volte che non avevo in tasca un progetto a breve termine. Ed invece avrei dovuto preoccuparmi del conto in banca.
Una mi ha mollata perché non rappresentavo più una fonte di sostegno e sostentamento (e adesso sarebbe capace di mettermi le mani in bocca, in cerca di denti d'oro). L'altra ha valutato titoli&proprietà ed ha scelto ciò che riteneva più opportuno  (ha sempre avuto più difficoltà a simulare l'amore che a mascherare il disgusto).

Forse cercavano quello che cerco anch'io. Sicurezza. Agiatezza. Spensieratezza. Decoro. Eleganza. Spiritualità.
Pensavo fossero traguardi che era possibile raggiungere solo in tandem.  E mi è sfuggito l'ovvio, ancora una volta. C'è chi al traguardo ci vuole arrivare in solitaria.
C'è chi nasce formica e affastella con fiducia ogni granello di prosperità e chi ha voglia di vivere anche solo un'estate, purché sia cantando.

Loro erano ladre maldestre. Hanno preso quello che potevano portar via, devastando tutto il resto.

Il meglio è rimasto in una cassaforte senza combinazione. Che si apre a comando come una porta magica delle mille e una notte.

Anch'io cerco quello che avrebbero voluto rubare loro, con i loro cuori aridi.
Cerco dentro me stessa, le stesse identiche cose. Ma cerco e non trovo.

Nella casa dei miei sentimenti, pure le piastrelle non sono più al loro posto.
E della cassaforte magica nessuna traccia. Non ricordo più dove sia nascosta. O è andata perduta.

La parola magica per aprirla, invece, la ricordo benissimo. 
E' quel "fa che sia l'ultima volta" che mi ripeto tutte le volte che accolgo in casa il peggio, ben sapendo che sarò derubata di ogni pensiero luccicante.

L'agiatezza la ottieni
adagiandoti sul cuscino morbido e languido dell'abbandono completo. Non piantando un coltello nella schiena di chi dici di amare.
rigurgitato da: SueSide alle ore 00:07 | link | commenti (3)
categorie: constatazioni, viaggio dentro, viaggio fuori, amore/odio
domenica, 25 ottobre 2009

Dovevi essere morta

L'abisso lasciato dalla nicotina che non c'è, mi spinge a fare a fare a fare.
Quindi mastico in continuazione.
Per fortuna brucio i grassi in eccesso e non so nemmeno perché. Ormai dovrei pesare 120kg, invece roteo intorno allo stesso numero. Quello digitale a due cifre, nell'occhio grigio della bilancia.

Ma masticare non mi basta.
La voglia di veleno è ancora vivissima.

Scrivo mail, chiacchiero su msn, gioco a giochini improbabili, rispondo al telefono, spiego che il mio battere sui tasti è del tutto fittizio, che trattasi d'interferenza (certe volte meglio mentire che ammettere un po' di sana e dispettosa indifferenza).

Ma non basta.
Ho ancora voglia di veleno.

Allora passeggio. Ho provato anche a correre, ma non ho le scarpe adatte. Hanno la suola troppo dura e sono pesanti. Mi si sente arrivare a 50 metri di distanza. Il terreno vibra sotto di me, nemmeno fossi godzilla. E mi stanco subito.

Cammino, quindi.
Per chilometri.
Con una busta piena di libri nuovi da leggere.
Pensavo che a smettere di fumare avrei risparmiato un sacco di soldi,  perché non avevo preventivato il mondo di frivolezze (cibi dolci/salati/fritt/surgelati inclusi)  che sarebbero venuti.

Cammino.
E per chilometri. Finché le gambe mi fanno male.
Eppure quell'agitazione che mi si muove dentro non si acquieta.

Guardo le facciate delle case, per centinaia di metri. Ed immagino come sarebbe abitare altrove (anche solo un po' più in là).
Mi spavento solo in prossimità di una vecchia villa. Qualcuno dovrebbe prendersi la briga di ristrutturarla, prima che cada a pezzi.
Nel suo essere cadente sembra una di quelle cappelle abbandonate dei vecchi cimiteri monumentali. Al pensiero risponde un'allucinazione olfattiva che mi prende a pugni il naso. Odore di fiori marci, sopra l'odore di morti freschi.

A volte preferirei avere ancora le narici incatramate di fumo. Certi odori dovrebbero essere vietati per legge.

Cammino e cammino. E penso.
Se sparissi proprio adesso ci vorrebbero almeno tre ore prima che qualcuno se ne accorgesse. E ci vorrebbero più di 24 ore prima che qualcuno cominci a cercarmi.  Forse pure di più.
Coi miei libri appresso ed il mio camminare senza meta evidente e per centinaia di metri, sembro la vittima ideale per un serial killer disorganizzato.
Infatti, tengo a mente auto e moto che mi sono già passate accanto.
Ce ne sono un paio che fanno avanti e indietro.
Annoto mentalmente. Dimentico subito dopo.
Sono troppo carica per preoccuparmi di un'aggressione.
Sono io ad essere inquietante. E chi passa due volte, non ripassa la terza.

Penso che dovrei smetterla di andare in giro da sola e col buio.
Penso anche che dovrei andare in giro armata. Che dovrei portarmi dietro il vecchio coltello che ho a casa. Quello che avevo sempre con me in montagna.
Penso che dovrei e lo penso spesso.
Poi non lo faccio mai.
Ad averlo dietro non so se riuscirei a trattenere al voglia di usarlo.

Quest'agitazione che ho dentro, mi ha ha infettata con una fame bizzarra.
Ora che non mi autodistruggo, ho una voglia incontenibile di distruggere tutto ciò che ho intorno.
E con la soddisfazione di chi fa crollare un castello di carte, di sabbia, di cristallo, di sale. Con la soddisfazione di un orcio di ferro in mezzo a tanti orci di terracotta.
Adesso ho fame di questo veleno.

E' incredibile.
Ma bastano pochi chili in più e molti milligrammi di nicotina in meno e cambio d'indole.
Il fumo uccide. Adesso, tutto intorno.

Nel mentre, canto i Queen a squarciagola, caricandomi di ultra energia, come un reattore nucleare. (nonostante i chili in più, certe cose non cambiano mai).

Quando mi rileggo, penso che i titoli dei miei post nuovi sembrano gli stessi dei post vecchi. Non so decidermi se è dejà-vù o se sono diventata (ulteriormente) ripetitiva.
Non c'è più nessuno disposto a farmelo notare.
rigurgitato da: SueSide alle ore 20:19 | link | commenti (1)
categorie: constatazioni, amore/odio, in mestruo veritas
sabato, 03 ottobre 2009

Where I end and where you start

You left me alone.
Mi hai lasciata sola.

E' una frase che potrei ripetere all'infinito.
Ma lo farei solo per prendere in giro chi mi ascolta.

Non sono mai stata veramente sola.
Adesso posso dirlo con certezza.
In verità, non sono sola nemmeno quando sono, veramente e tecnicamente, sola con me stessa.
Ho troppe cose da fare. Troppe a cui pensare, per realizzare di essere sola.
E quando arriva il silenzio, alla fine della giornata, ringrazio il cielo per l'assenza.
Sarebbe terribile avere accanto qualcuno pronto a dirmi che birra, patatine fritte e nutella mi faranno venire il cancro.

Voglio rimpinzarmi di cibo. Voglio diventare enorme, grandissima. E schiacciare i grattacieli come King Kong.
E lo penso stasera. Domani me ne sarò già dimenticata.

E' che devo riempire la cavità che rappresento.
Sono nicotinomane e adesso che non fumo più, provo a lenire questa "fame", che è un bisogno che non si sazia mai.

E non c'è nessuno a dirmi che astinenza, birra, patatine, nutella e punture di zanzara, mi faranno morire di shock anafilattico. E non so chi ringraziare per questo privilegio.

Ora che sono libera di scorrazzare per la capitale mi sento come se avessi riacquistato la capacità di muovermi. Non sono più una statua di sale.
Come è sempre stato, odio le strade che non conosco (perché, per prudenza, le percorro lentamente e con cautela) ed adoro le strade note. Sono il segno e l'evidenza che la vita già vissuta è stata reale, in qualche universo parallelo a questo.

Per incoscienza o per fatalismo, non ho paura per me stessa, puntino insignificante fra altri milioni di puntini insignificanti.
Ed ho vagolato, con mezzo sorriso incollato in faccia, i capelli corti ormai schiariti ed appiattiti dal casco.
Ero me stessa. Per una volta. Soddisfatta di essere me stessa e libera di esserlo.
Niente necessità di simulare di essere più di quello che sono. Niente necessità di dire qualcosa di brillante o di arguto o di spiritoso o di assolutamente infantile.

Ho ignorato tutti quelli che avevo intorno. Col sorriso a mezz'asta.

Solo una volta ho avuto paura e mi sono sentita veramente sola.
E' stata quella notte che ho sognato la morte ed i suoi corpi putrefatti lanciati verso di me.
Sfuggire ben sapendo che non importa a nessuno.
Salvarsi dalla morte per pura fortuna.
Essere vivi anche senza avere un senso ed un pro.
E svegliarmi ghiacciata nel mio stesso sudore.
Bloccata nel mio stesso tremare.
Terrorizzata anche ad occhi aperti.

Alla lunga, pur senza consolazione, mi sono riaddormentata pensando che della vita di coppia, questa è una delle poche cose che mi manca. La rassicurazione. Quando è necessaria. Sporadica. Salvifica.
Per il resto.
Aspetto ancora di capire per quale motivo, dopo aver avuto relazioni importanti e durature, dovrei trovare ancora una motivazione valida per imbrogliare me stessa e lasciarmi credere che se si sta insieme a qualcuno, ci si sta perché è amore.

rigurgitato da: SueSide alle ore 00:35 | link | commenti (1)
categorie: sogno, constatazioni, in mestruo veritas
mercoledì, 15 luglio 2009

La verità nel libro turco

"Se qualcuno suscita in noi un desiderio che non vorremmo provare, cerchiamo di non farcelo piacere. Se non ci riusciamo, allora cerchiamo qualcosa di gradevole in lui, qualcosa che renda il nostro desiderio meno fastidioso e più sopportabile".

rigurgitato da: SueSide alle ore 14:39 | link | commenti (4)
categorie: constatazioni
venerdì, 29 maggio 2009

Eccomi

Sono dove non puoi vedermi, ma lo sai che ci sono.
E' nel movimento dell'aria. Come il respiro di un'anima che esala.

Senti che ci sono ma non puoi vedermi.
E quando alla fine ti accorgi del mio profilo nell'ombra, tutto si ferma.
Sapevi che c'ero eppure non mi aspettavi.

Io ho coscienza di te e della tua pelle.
Anche al buio saprei accarezzare la peluria trasparente che hai lungo i polsi.

Quando ti avvicini, è il tuo odore che percepisco per primo.
Poi il calore, come un'onda di cui si senta il rifrangersi, prima ancora del sopraggiungere dell'acqua.
Riesco a percepire i battiti del tuo cuore. Più forti, man mano che si avvicinano.

Esiti prima di toccarmi.
Ma poi mi tocchi.
E quella carezza, per me è anche l'ultima.

[Ode alla zanzara della sera, morta al mio tocco...e fosse la sola. Questa è un'ode perpetua]
rigurgitato da: SueSide alle ore 22:51 | link | commenti (4)
categorie: carne, constatazioni, amore/odio
lunedì, 13 ottobre 2008

Ma che cazzo...

Chiavi di ricerca del mese di ottobre:

blog robot
venere in gemelli
"ciao poldo"
"piegare la testa da un lato"
25 pippe a pressione
amore impedisce scopare
bordo colli bilde
cardini porte
come fare per fare l 'eremita
continuazione 28 mesi dopo
di buone intenzioni sono lastricati i fossi
donna con venere in gemelli
e' pericoloso metter la tazzina direttamente nel microonde?
era meglio se non ti avessi incontrato mai
facce che ridono
fare l'eremita
film 30 mesi dopo
le cose cambiano per un motivo
libro arabo
ma l amore no video
medicina sulla scopata
miele di castagno irrita
nessuna buona azione resta impunita
nessuno al mio fianco n.gordimer
occhi affusolati
occhi che guardano altrove
piedino sotto il tavolo lesbica video
porte che cigolano
pupille dilatate e miopia
quando le cose cambiano
queste cose succedono solo nei film
scopata folle
se fai un buona azione non resterà impunita
se solo avessi qualcosa da dire
se solo ti avessi
se tu avessi una sola occasione
sigaretta bagno
sueside
sueside splider
video di .doone ke ke guradano uomini
video eroticho
rigurgitato da: SueSide alle ore 22:51 | link | commenti
categorie: guerra dei mondi, generiche pippe mentali